Impressioni di viaggio di David 5B

27 gennaio 1945, la giornata della liberazione: oggigiorno la Giornata della Memoria. Per gli 800 partecipanti da tutta l’Italia é stata anche la giornata della partenza. Destinazione: Cracovia, Polonia.

21 ore di viaggio. Partenza (per noi altoatesini) da Bolzano,  attraverso l’Austria fino ad arrivare nella Repubblica Ceca e poi finalmente Cracovia,  in Polonia. Non per niente il viaggio è stato fatto in treno. Nonostante, infatti, avessimo tutte le comodità immaginabili, si è trattato di un viaggio pesante e per alcuni addirittura al limite del sopportabile. Come doveva essere per i deportati allora? Come facevano a sopportare? Non osavo pensarci.

Finalmente giungemmo a destinazione. La prima cosa che tutti sentirono, non appena scesi dal treno, era il freddo pungente, tipico della Polonia, soprattutto del mese di gennaio.

La fabbrica di Oskar Schindler é stato il primo luogo visitato, poi il ghetto e infine, sempre nello stesso giorno, la farmacia di un “ariano” che decise di rimanere nel ghetto. Fu emozionante sapere che nonostante la repressione nazista, alcuni dimostrarono senso d’umanità mettendo a rischio la propria vita.

La domenica era riservata alla visita ai Lager di Auschwitz I e II. La mattina presto partimmo e dopo un’ora in autobus ecco il campo di concentramento. L’insegna “Arbeit macht frei” di Auschwitz I annunciava l’entrata di quell’inferno, ora chiamato museo.

All’intero delle baracche c’erano soprattutto oggetti che erano appartenuti ai deportati. Valigie con sopra i nomi dei proprietari (quando arrivavano al Lager, gli veniva detto di abbandonare i bagagli, che sarebbero stati resi loro in seguito), un mucchio enorme di scarpe e un altro grande uguale con oggetti personali. La cosa più dura da digerire fu però l’ammucchiamento delle scarpe dei bambini e dei neonati. Loro furono condannati a morte già all’arrivo da un semplice gesto di mano da parte del medico nazista, che valutava se i “pezzi” che arrivavano potessero essere utili a qualcosa. Solo pochi erano i bambini che non furono uccisi subito dopo l’arrivo, siccome al medico nazista Joseph Mengel servivano per degli esperimenti. Un'altra cosa che mi rimase impressa era l’ammucchiamento dei capelli dei deportati. Più di due tonnellate, nonostante una grande parte fu utilizzata dai nazisti per fabbricare corde e altri oggetti.

 Il progetto “Il treno della memoria” ha come scopo principale fare il modo che noi partecipanti diventassimo i nuovi testimoni, dato che quelli originari del tempo, giorno dopo giorno ci stanno lasciando. Dobbiamo ricordare e dobbiamo trasmettere il ricordo alle future generazioni. E il ricordo ti rimane impresso come un branding. Il cosiddetto “cimitero più grande a cielo aperto” mi lasciò a bocca aperta: non riuscivo nemmeno a vedere la fine del Lager di Auschwitz II. Birkenau. Neanche dopo un quarto d’ora di marcia.

Alla fine della giornata, quando incominciò a fare buio, la gente sfinita dal gelo si riunì davanti al monumento della liberazione per terminare questo tour, psicologicamente strapazzante. Ci fu un discorso commovente da parte degli organizzatori e un rituale di commemorazione ancora più commovente. Ognuno di noi ebbe il compito di ricordarsi il nome di almeno una vittima della Shoà. Il nome venne pronunciato ad alta voce e  poi venne accesa una candelina in ricordo di quella persona. Le 800 candeline illuminarono i binari di Birkenau…